Sto per tornare in Italia, il paese dove sono nata e cresciuta, il paese dove vive la mia famiglia, dove vivono i miei amici, il paese dove sono andata a scuola e dove mi sono laureata, il paese dove ho trascorso il 90% della mia esistenza… eppure, io non sto tornando a casa.

Home is where your heart is

Vero.
Ma cosa succede quando il tuo cuore è frammentato ai quattro angoli del mondo?
Semplice.
Il mondo diventa la tua casa e

home is where you pay rent.

Sono un po’ troppo cinica? Forse.
Probabilmente sono solo realista.

Ho lasciato l’Italia sedici mesi fa ignorando completamente la data del mio ritorno.
Sono salita su quel volo pensando di tornare di lì a pochi mesi.
Oggi mi guardo indietro e mi rendo conto che casa non è più in Italia ma realizzo anche che casa non è in Australia.

Sono un’anima che vaga nel mondo in cerca del suo posto.
Non sono un’anima perduta, no; non so neanche bene dove sto andando ma… io vado.
Vado, torno, saluto, abbraccio, piango e vado.
Mi trovo all’improvviso protagonista della vita internazionale che ho sempre sognato.

Quando dico di essere cittadina del mondo lo dico senza alcun intento di fregiarmi di un termine modaiolo e accattivante, io sono davvero convinta di potermi abituare a vivere, senza troppi drammi, in ogni parte del globo. Ovunque ma non in Italia, non più.

Quando ero bambina sognavo di non essere italiana, non per vergogna delle mie origini, non per lamento sterile, no. Io sognavo di non essere italiana e non essere mai stata in Italia per poterci arrivare e guardare il mio paese con gli occhi di un turista innamorato. Sognavo di poter guardare Roma con gli occhi di un americano o un cinese, di rimanere estasiata di fronte ad ogni palazzo o monumento, di scattare centinaia di foto all’impazzata per catturare ogni millimetro di quella meraviglia.


Sognavo di non dare per scontata nessuna delle meraviglie che mi circondavano, pur non avendo ancora visto il mondo ero già sicura che l’Italia fosse il paese più bello di tutti.
Ora sono cresciuta, sono un’italiana che vaga in attesa di poter tornare. Mi sento come un’esiliata. Il mio è stato un esilio volontario ma pur sempre un esilio, mi sono imposta di non tornare fino a che nel mio ritorno non potrò trovare conforto.

Ripeto di continuo la frase “Italy is the best place where to go on holiday but it’s the worse place if you need to work”. I miei interlocutori di solito mi guardano con occhi traboccanti di comprensione e sorridono, possono percepire nella mia voce tutto l’amore e la reverenza che ho per l’Italia ma anche quella punta d’odio che mi ha spinta ad andar via.

Questo rientro mi fa provare emozioni contrastanti; da una parte c’è il desiderio pungente di riabbracciare tutti. Dall’altra c’è una paura straziante di non sentirsi più a casa, almeno quel tanto che basta per apprezzare a pieno il ritorno.
C’è la paura di relazionarsi con qualcuno che vive in un contesto completamente diverso dal tuo e con le quali è difficile trovare dei punti in comune anche se sono persone che hai avuto vicine per lungo tempo.

Torno consapevole che nulla sarà più come l’ho lasciato ma speranzosa di trovare gli affetti intatti.

Torno dopo sedici mesi in un paese dove tutto è semplice, pulito, ordinato, dove tutto funziona.
Sarò catapultata in una realtà confusa, movimentata e a tratti anche difficile.
Non so come reagirò alla quotidianità italiana, spero di riuscirmi ancora ad adattare.

Torno sentendo la mancanza del cibo italiano come l’aria, non so neanche quante volte ho sentito il bisogno di fare la spesa in un supermercato italiano, di andare in una trattoria o in un’enoteca, di mangiare una fiorentina o una bella gricia, di bere un espresso come si deve e mangiare un cornetto vero.

Mi mancano da morire gli affettati, la pizza, la focaccia, la pasta fresca, gli arrosti con le patate, la mozzarella di bufala, il parmigiano stagionato 36 mesi, l’acqua uliveto, il vino DOCG, le paste di Ciro (pasticceria napoletana a Terni), le salsicce cotte sulla brace, l’olio locale, la nduja, gli arancini di mamma, il ragù di cinghiale o d’oca, il tartufo e i funghi porcini.

Sento la mancanza dell’arte, della bellezza tutto intorno, dei palazzi da fotografare da ogni prospettiva, delle auto d’epoca o le vespe parcheggiate come a creare la cartolina perfetta, dei ponti sui fiumi, dei san pietrini che distruggono i tacchi ma trasudano storia, delle chiese in ogni dove che non importa se sei credente o no, la loro bellezza è indiscussa.
Mi mancano i bar e l’atmosfera che aleggia intorno ad essi, mi mancano i vecchini che, nella loro postazione strategica, tengono sotto controllo l’intera città.

E poi, se ancora non si fosse capito, mi mancano le persone che amo.
Mi manca la mia mamma, sempre, ogni giorno.
Mi manca mia sorella e mi manca la mia migliore amica.
Mi mancano tutti e mi mancano sempre.

E ora sono qui, su questo treno che mi porterà a Roma.
Tutto è più sporco di come lo ricordassi.
Le persone meno educate di quanto credessi e il cielo che più blu non si può.
Inizio a intravedere il centro di Roma e il brutto scompare come per magia.

Sono qui.
Sono in Italia, tutto il resto è un’altra storia che non vedo l’ora di raccontarvi.

2 COMMENTI

  1. Dopo 2 anni in giro per l’Australia (9 mesi a Perth), lo scorso Agosto anch’io sono tornata in Italia e condivido in pieno il tuo punto di vista. Ma avevo già tutto pronto per ripartire e da settembre vivo a Vancouver. Qual’è la tua prossima destinazione?

LASCIA UNA RISPOTA