Quanti di voi sanno cosa è il Day Of Remembrance per i Cambogiani?
Forse nessuno e neanche io sapevo cosa fosse prima di andare in questo paese.

Noi occidentali, un pò per abitudine, un pò per retaggio culturale siamo abituati a “celebrare” il giorno della memoria esclusivamente il 27 gennaio, in occasione della commemorazione delle vittime dell’olocausto.

Purtroppo però questo è l’unico genocidio che ci “raccontano” a scuola, forse perchè quello più vicino in termini spazio-temporali, non l’unico genocidio realmente esistito – magari; in tempi più recenti la popolazione cambogiana – per citarne una tra tante – è stata decimata dal regime dei khmer rossi guidati dalla follia della Democratic Kampuchea di Pol Pot; ben 3 milioni di persone morirono nei campi di lavoro e nelle prigioni a fronte di una popolazione totale di 15 milioni.

Il 20 maggio  in Cambogia si celebra il Giorno della Memoria per ricordare il periodo di terribili atrocità che vessarono il paese durante la Democratic Kampuchea, la data segna simbolicamente il giorno dell’abolizione della proprietà privata e della famiglia.

Durante il mio ultimo viaggio ho avuto modo di approcciarmi ad una realtà che non conoscevo se non in modo superficiale, ho potuto visitare e iniziare a conoscere  un paese giovane, dove è quasi impossibile trovare un uomo anziano perché gran parte degli uomini che oggi sarebbero anziani sono stati uccisi nel corso della guerra civile e sotto il regime dei Khmer Rouge.

Ho visitato i Killing Fields e il Tuol Sleng Genocide Museum ( Ufficio di Sicurezza S-21) a Phnom Penh, posti dove migliaia di persone innocenti vennero prima torturate e poi atrocemente uccise, intere famiglie vennero annientate, le persone colte o istruite furono le prime ad essere attaccate, stranieri,  omosessuali e oppositori erano i nemici numero uno.

Nel 1970, a seguito dei bombardamenti statunitensi nelle zone di confine con il Vietnam volti ad abbattere i Vietcong e che portarono all’uccisione di 600.000 cambogiani, la popolazione – del tutto ignara delle atrocitá commesse dai Khmer Rouge nelle campagne – insorse e dichiarò il proprio sostegno al movimento comunista guidato da Pol Pot.

Sempre grazie all’interferenza statunitense, nel 1970 un colpo di stato spodestò il re e mise fine alla monarchia dando inizio al regime dei Khmer Rossi che il 17 aprile 1975 conquistarono la capitale Phnom Penh accolti con grande fervore dalla popolazione; nel giro di pochi giorni i 2 milioni e mezzo di abitanti della cittá – per “motivi di sicurezza” – furono evacuati, costretti a marciare verso le campagne, molte famiglie vennero sparpagliate, migliaia di persone morirono durante gli spostamenti. Questo fu solo l’inizio dello sterminio.

Conoscere un pezzo di storia così grande toccandolo con mano non ha nulla a che vedere con tutto ciò che può essere letto sui libri di storia, passare accanto alle fosse comuni dove migliaia di persone trovarono la morte e vedere i brandelli di abbigliamento che riemergono dal terreno insieme ad ossa e denti può stravolgere la giornata solo se lo vedi dal vivo; l’albero su cui erano violentemente sbattuti i bambini afferrati dal piede, ora ricoperto di braccialetti, non farebbe così male se non visto il alto, davanti ad una fossa, descritto dalla voce gelida dei racconti.

Entrare nelle anguste celle della prigione S-21 mentre le storie narrate dalla voce dell’audio guida ti squarciano il cuore, storie di ragazzi costretti in schiavitù allontanati dalla propria famiglia, di donne a cui sono stati strappati e uccisi i figli,  il cui corpo é stato oltraggiato per scherno; storie di privazione della dignità umana e prive di ogni logica razionale… basta guardare alla consegna di un seggio alle nazioni unite ai khmer rossi in seguito alla loro cacciata dalla Cambogia; storie di informazione negata, come ancora oggi succede in tante parti del mondo.

 

Purtroppo il genocidio cambogiano fa il paio con tanti altri in tanti angoli del mondo e con tanti altri che potrebbero ancora verificarsi o che di stanno già compiendo sotto i nostri occhi ignari, non pienamente consapevoli o peggio indifferenti.

 

Nonostante queste enormi ferite, così recenti e vive, il popolo cambogiano é il migliore che abbia mai incontrato, il più cordiale, generoso, accogliente, caldo, sensibile, amorevole.

 

Neanche per un secondo nel corso del mio viaggio mi sono sentita fuori posto o a disagio, mai che la paura o le incertezze avessero la forza di cogliermi, l’atmosfera era sempre rilassata e squisita; anche in mezzo al nulla e alla povertà vera, mai una faccia triste o un bambino urlante per la mancanza di questa o quella cosa; mai che gli occhi della gente che ho incontrato si siano posati su di me in modo ostile, esprimevano solo tanta curiosità e voglia di scoprire, voglia di affacciarsi al mondo intero palesata da una diffusa conoscenza della lingua inglese – per quanto dissimile possa essere in pronunce e fonetica – nettamente superiore a quella dei vicini thailandesi o vietnamiti.

 

La Cambogia mi ha dato tanto in soli dieci giorni e il minimo che posso fare è dedicargli questo post, perchè qualcuno che fino ad ora ignorava l’esistenza di questo massacro, ora sappia e decida di informarsi e conoscere.

 

 

 

Vi abbraccio, Danila.

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